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MOTTOLA CITTA’ DEL RITO

**Mottola ospita il primo convegno sui riti della Settimana Santa**  

Mottola si prepara a celebrare le sue antiche tradizioni con il **primo convegno dedicato ai riti della Settimana Santa**, un evento che promette di approfondire il valore storico, culturale e religioso di queste solenni manifestazioni. Studiosi, esperti e appassionati si riuniranno per analizzare le origini, i simboli e l’evoluzione di questi suggestivi riti, che ogni anno richiamano fedeli e visitatori da tutta la regione. Un’occasione unica per riscoprire e valorizzare un patrimonio di fede e devozione che affonda le sue radici nei secoli. Il convegno intende riunire studiosi, appassionati e cittadini interessati ad esplorare le ricchezze storiche, artistiche e gastronomiche del territorio, evidenziando come queste componenti si intreccino nei riti e nelle tradizioni locali.

Il convegno intende dare particolare attenzione ai riti della Settimana Santa, organizzati dalle Confraternite di Mottola. Questi riti raggiungono il culmine nel Triduo Pasquale, con la processione dei “Sacri Misteri” che si svolgono il Venerdì sera e all’alba del Sabato Santo. La processione, aperta dal “Troccolante” e accompagnata da marce funebri eseguite da bande locali, vede la partecipazione di confratelli e consorelle che portano in spalla dodici gruppi statuari raffiguranti la Passione e Morte di Gesù. Questo evento rappresenta un momento di profonda spiritualità e coinvolge l’intera comunità mottolese.

Un altro elemento di rilievo che si vuole discutere durante il convegno è il Santuario rupestre della Madonna del Carmine, noto localmente come “Madonn Abbasc”. Situato in una piccola gravina tra Mottola e Palagiano, il santuario risale al 1506, quando la Madonna apparve al chierico Francesco Pietro di Filippo, chiedendogli di edificare una cappella in suo onore. Il santuario è diventato meta di pellegrinaggi e ospita eventi come i “Sette Sabati”, la “Passione Vivente” e la festa dell’8 settembre, che segna l’inizio dell’anno associativo della Confraternita del Carmine.

La cucina mottolese, influenzata dalle tradizioni delle province pugliesi circostanti, vuole essere al centro di una sessione del convegno. Tra i piatti tipici spiccano le minestre di legumi cotte in tegami di terracotta chiamate “pignate”, la purea di fave accompagnata da verdure selvatiche, nota come “fêfe e fògghie” o “‘ngrapiête”, e le orecchiette condite con sugo di carne e braciole di cavallo o asino. Durante le festività natalizie e pasquali, si preparano dolci tradizionali come le “cartellate” (“scartagghiête”) ei taralli glassati chiamati “gléppe”.

Il convegno intende mettere in luce come Mottola rappresenta un esempio emblematico di come il patrimonio artistico, culturale e culinario possa intrecciarsi nei riti e nelle tradizioni locali, contribuendo a preservare l’identità e la memoria storica della comunità.

Tale iniziativa è stata mossa dal forte volere di creare un legame tra pubblico e privato, istituzioni, professionisti del nostro territorio e tutta la cittadinanza per mantenere salda la nostra autenticità, le nostre origini che ci distinguono non solo a livello regionale, ma a livello mondiale e promuoverle facendo rete.

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MOTTOLA E LA CHIESA RUPESTRE DI SAN NICOLA

Tra i tanti epiteti attribuibili alla collina mottolese, rientra quello di Terra delle Grotte di Dio. Mottola infatti vanta di detenere il più gran numero di Chiese rupestri della Puglia. Tra queste rientra la Chiesa Rupestre di San Nicola. La grotta copre circa cinque secoli di vita ed arte medievale, dall’XI al XIV secolo, ed è situata in periferia, ossia A sud-est di Mottola, in località Gorgone presso la tenuta Lamaderchia, lungo l’antica Via Consolare che rappresenta una traversa medievale della Via Appia. Arrivati all’ingresso della strada, occorre proseguire per un lungo tratto a piedi. La scalinata scavata nella roccia, porta alla grotta che si affaccia sulla gravina circondata dalle lamie.

Sulla facciata laterale della cripta, troviamo una nicchia con all’interno un affresco raffigurante la Crocifissione di stampo latino, con Cristo al centro raffigurato con la croce più grande e i due ladroni ai lati. Varcato l’ingresso non si può non rimanere esterrefatti dalla grande bellezza da cui si viene colpiti. Non a caso è definita la cappella sistina delle Chiese rupestri della Puglia, per il numero di affreschi che la compone, ripuliti una prima volta nel 1972 e restaurati nel 1989. La Chiesa è divisa in tre navate, quella centrale è più grande rispetto alle altre due con i resti di un altare di stampo greco, le navate laterali che ospitano gli affreschi dei santi, conservano i resti di due altari in stampo latino.

Con l’avvento dello scisma del 1054, la Chiesa di Bisanzio diventa Chiesa ortodossa, infatti per molti anni si è praticato in questa cripta il culto ortodosso, ed ancora oggi una volta l’anno in occasione della Festa di San Nicola, i monaci bizantini celebrano la messa in questa Chiesa. Il dipinto di spicco raffigurato alle spalle dell’altare greco, nell’abside centrale, rappresenta il Cristo Pantocratore in Deesis, ce ne accorgiamo dalla posizione della dita in segno benedicente alla greca e nell’altra mano che regge il libro con l’iscrizione sempre greca “Io sono la luce, chi segue me non camminerà nell’ombra”. Ai suoi lati troviamo la Vergine e San Giovanni Battista in posizione di supplica per l’imminente apocalisse, possiamo accorgercene dalla figura severa del Cristo come colui che ci giudica.

Partendo dalla navata sinistra troviamo l’affresco di San Giuliano che regge nella mano destra una lancia. Proseguendo troviamo Santa Lucia, raffigurata con un enorme diadema, e nelle mano destra una crocetta e nella sinistra un vassoio contenente i segni del suo martirio, ossia gli occhi. Accanto vi è Santa Pelagia e la Madonna con Bambino insonne: mentre il Bambino guarda sua madre benedicente, lei è rivolta verso lo spettatore quasi a voler comunicare che la sua sofferenza. Segue la prima immagine di San Nicola, come cita la scrittura accanto al capo, raffigurato con barba corta ed espressione severa. Nel bema è raffigurato San Michele Arcangelo, rappresentato a figura intera con una tunica dal colore rosa ben visibile e San Giovanni Evangelista pronto ad entrare nella tomba accettando la morte ormai vicina, ma la storia narrerà che anche lui come la Madonna verrà asceso al cielo.

La navata destra della Chiesa comincia con la figura di San Giorgio raffigurato su di un cavallo bianco con un’armatura scintillante. Seguono poi le figure di San Pietro e San Leone Papa benedicenti in stile latino. Segue il dittico di Santa Elena avente nella mano destra una croce. Sui pilastri che portano al bema troviamo due bellissimi affreschi: uno raffigurante Santo Stefano di cui ne restano però solo alcuni elementi tra cui gli occhi e la fronte, l’altro raffigura di nuovo San Nicola, ed è uno dei più antichi affreschi che rappresenta il Santo di Myra. Attorno a questo affresco voglio soffermarmi maggiormente e raccontare una delle più grandi scoperte mai fatte in una Chiesa rupestre, ad opera della guida turistica Maria Grottola la quale osservò per la prima volta questo fenomeno il 13 marzo 2008.

Durante la creazione di questo affresco più antico, una finestra rotonda chiamata “gnomone” è stata scavata nella facciata della Chiesa proprio di fronte al pilastro. Da questo momento in poi, ogni anno il foro fa penetrare nella Chiesa un raggio di luce al tramonto, illuminando l’immagine più antica del Santo sul pilastro, centrando il suo cuore nei periodi degli equinozi di primavera e d’autunno, che si trovano tra il 20 marzo e il 21 marzo, e tra il 22 marzo e il 23 settembre. Questo fenomeno è chiamato “ierofania”, ovvero creazione artificiale da parte dell’uomo di un “evento” con significati e attributi che si riferiscono al mondo del sacro. Eventi di questo tipo erano molto popolari e ricorrenti nel mondo medievale, soprattutto nelle cattedrali e nelle chiese. Il fenomeno è stato osservato, documentato e conosciuto da studiosi e amanti della storia e della cultura medievale. L’archeologo Domenico Caragnano e suo figlio Francesco hanno scritto in merito il saggio “L’Equinozio di Primavera a San Nicola di Casalrotto di Mottola”, apparso sulla rivista Riflessioni-Umanesimo della Pietra 2014.

Sono molte dunque le differenze stilistiche che si possono riscontrare in questa Chiesa, è come viaggiare su una linea temporale in cui si susseguono gli eventi storici e culturali. Possiamo ammirare attraverso questi affreschi le varie evoluzioni che hanno subito i riti religiosi: quello greco, quello bizantino, quello normanno, quello latino, quello benedettino. Li troviamo nella differenza dei colori, alcuni più vividi altri più scuri, nei movimenti dei corpi alcuni più dinamici altri più statici, nelle espressioni dei loro volti, alcuni più dolci altri più severi, nella costruzione della Chiesa stessa, come l’altare, inizialmente alla greca e ce lo mostra il Pantocratore a mezzo busto, successivamente sarebbe stato tagliato via dalla parte inferiore, cosicché il sacerdote potesse officiare secondo la liturgia bizantina. Nella successiva fase benedettina, il gradino ai piedi dell’altare sarebbe stato ricavato per officiare secondo il rito occidentale. Ebbene tutte queste informazioni ci vengono date dalla magnificenza di questa grotta, che racchiude in sé secoli di storia e che merita di essere preservata e custodita.

SAN MICHELE ARCANGELO

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SAN BASILIO e L’ANTICO MANIERO: TRA STORIA E LEGGENDA

Nella grande distesa di ettari di grano che caratterizza San Basilio, unica frazione di Mottola in provincia di Taranto, fa da sfondo col suo fascino triste e solitario l’antico Casale del Duca. Percorrendo la statale 100, sia per chi giunge da Bari che per chi arriva da Taranto, ed imboccando lo svincolo per la strada provinciale 23 che porta a Castellaneta – Laterza, l’enorme maniero, già visibile dalla strada, lo si trova quasi subito sulla destra. Originariamente apparteneva alla famiglia nobiliare dei duca Caracciolo discendenti del Regno di Napoli e i De Sangro duca di Martina Franca, prima di essere venduta dall’ultima erede dei De Sangro. La struttura nasce nel ‘600 come palazzo ducale, per poi essere adibita a masseria tra la fine dell’800 e gli inizi del 900.

FACCIATA FRONTALE DEL MANIERO – FOTO DI MARIA GRAZIA SELVA

A tal proposito, l’architetto Angelo Bradascio, che ha elaborato la sua tesi di laurea sul casale, afferma << Secondo la mia ipotesi, attraverso lo studio e analisi della perimetria del luogo, ed approfondite ricerche, in principio la struttura era costituita solo dalla chiesetta e dall’edificio nobiliare. Successivamente agli inizi del ‘700 i duca avrebbero fatto aggiungere l’altra parte, quella contenente le stalle, rendendo l’intero maniero una masseria. La famiglia deteneva all’epoca un’enorme potere latifondista, che comprendeva tutta l’area tarantina, tanto da fare di San Basilio il centro dell’economia agricola >>. Per arrivare al casale si percorre a piedi un tratto di strada ricoperto di terreno e costeggiato da muri di pietra. Appena lo si ha di fronte, non si può non rimanere esterrefatti dal suo imponente fascino, quasi in contemplazione, rievocando gli usi e i costumi dell’epoca medievale. Nonostante l’esposizione ai continui cambi atmosferici, conserva ancora il suo colore originario che dà sul grigio unito ad un rosa chiaro visibile maggiormente sui mattoni che ornano il portone d’entrata, insieme al rosso che caratterizza i tetti spioventi. L’edificio di forma rettangolare, è stato costruito su due piani da cui si accedeva, oltre che dall’interno, anche da una scalinata esterna laterale. La struttura in merlatura dei muri e della finta torre, ha lasciato credere negli anni che il casale fosse un vero e proprio castello medievale. Oltre al silenzio assordante, quasi tagliente con una lama, è possibile osservare al suo ingresso il grande portone sulla cui lunetta è ancora visibile l’iscrizione Conte de’ Marsi.

PORTONE D’INGRESSO – FOTO DI MARCELLO DE CRESCENZO

Procedendo verso l’entrata principale che dà sul cortile sono ancora presenti le lesene con gli archetti neogotici su cui restano i segni degli affreschi settecenteschi, e il pozzo in pietra anch’esso gotico. Dal primo piano si accede alle prime stanze che contenevano i saloni e le cucine, a testimonianza di ciò ci sono ancora i resti di un caminetto a muro. Lasciato anche all’incuria dei vandali, che hanno asportato i gradoni in roccia calcarea viva dalla scalinata, visitare il piano superiore è diventato difficoltoso. L’enorme balconata sottostante la torre era rivolta verso Basiliola mentre le tante finestre servivano a dar luce alle stanze grazie anche alla posizione strategica in continua esposizione ai raggi solari. Ma ciò che più rende misterioso e affascinante questo casale, è la chiesetta gotica con ancora i resti di un campanile ormai usurato dal passare del tempo. Secondo sempre le affermazioni dell’architetto Bradascio, dal suo interno si può accedere ad una cripta in stile bizantino con l’altare rivolto verso l’ovest, dove venivano custodite le lapidi dei duca, trasportate in seguito a Casa Isabella, e di cui rimangono ora solo i solchi nel tufo. Alle spalle del casale vi sono le due enormi cisterne  che servivano a riempire d’acqua i pozzi e per il sostentamento delle stalle. Quel che rende suggestivo questo luogo, è l’aspetto mistico-leggendario che lo avvolge. Secondo la ricostruzione fatta invece dallo storico Pasquale Lentini, il maniero fu molto caro all’ultimo figlio dei De Sangro, Riccardo, grazie anche alla presenza dell’immenso bosco di Burgensatico contraddistinto da alberi di quercia secolari, dove poteva dedicarsi alla sua più grande passione, la caccia. La possibilità di dedicarsi a questo sport, consolidò in lui il forte legame, quasi intimo, con il casale del quale ne divenne assiduo ed unico frequentatore. Il destino però non fu magnanimo con lui: a causa di una delusione d’amore arrecatagli da una donna sposata, il giovane decise di porre fine alla sua vita, suicidandosi il 3 aprile 1881. Il duca Placido de Sangro, padre di Riccardo, decise dunque di abbandonare il casale in mano ai massari, e di trasferirsi nel nuovo palazzo nobiliare, Casa Isabella, non prima però di aver fatto costruire una guglia da un famoso architetto napoletano, tra il 1883 ed il 1885 in onore del figlio amato. La guglia raffigurava Riccardo in tenuta da caccia con in mano il suo fucile e accanto il suo fedele cagnolino. Sul basamento della guglia fece iscrivere nero su marmo tutto il suo dolore per il figlio defunto. Di questo monumento ad oggi rimane solo il basamento, si narra infatti che durante una notte di tempesta del 1974, ironia della sorte volle che un fulmine colpisse proprio la punta della guglia così da mandarla in mille pezzi. Chi fu spettatore di quell’evento lo ricorda come un enorme boato simile ad un urlo di strazio. Lo scintillio dei pezzi che caddero sparsi attorno a tutto il casale e nell’enorme distesa di terra, assomigliavano a tante piccole lacrime. Di quel monumento oggi resta solo il basamento con l’incisione ancora leggibile.

VISTA PANORAMICA DELL’INTERO MANIERO – FOTO DI _air_mavic_

Da quel tragico evento ad oggi, chiunque visiti quel luogo ha la sensazione che vi sia una presenza. Testimonianze raccontano di aver udito una voce, o il calpestio dell’erba… o ancora di sentirsi osservati, seguiti, scrutati. Assecondando tali affermazioni e sensazioni di chi ha visitato il luogo, si potrebbe romanticamente dedurre che Riccardo continui ad abitarlo, quasi a voler confermare il senso di pace e serenità che il maniero gli ha sempre trasmesso. Per molti anni il Castello, così ribattezzato, è stato meta di escursioni, set cinematografici, luogo di interesse per gli sposi per i loro video matrimoniali. Oggi invece videosorvegliato dalle telecamere, a causa dei continui sopprusi subiti da parte dei vandali, accedervi è impossibile, Non resta che ammirarlo da lontano.

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La Confraternita del Carmine ed i Riti della Settimana Santa.

La Quaresima è un pò ovunque il momento più atteso dell’anno. Con i suoi riti penitenziali, riesce ad arrivare al cuore delle persone ed a smuoverne gli animi. Certamente, non è ignaro a tutto ciò, il pio esercizio svolto dalla Confraternita del Carmine di Mottola, che organizza il Sabato Santo, la particolare Processione dei Santi Misteri. La nascita di questa Confraternita è da ricondursi al grande impegno svolto dal carmelitano Frà Carlo Scialpi di Martina Franca, in visita quaresimale alla cittadina di Mottola nel ruolo di predicatore. Il Monaco rimasto profondamente colpito dalla devozione dei fedeli nei riguardi della Vergine del Monte Carmelo, dalle loro lunghe processioni penitenziarie svolte durante i sette sabati che precedono la Pasqua, nella domenica in albis ed il 16 Luglio giorno dedicato alla festa della Vergine, verso il Santuario della Madonna Abbasc’, decide di far leva sul buon cuore del Vescovo affinchè costituisse la congrega del Carmine. Nasce dunque il 12 Marzo 1701 la Confraternita del Carmine ed anime del Purgatorio, la cui sede era presso la Chiesetta costruita al centro del paese.

Ex antrata principale della Chiesa del Carmine, in via Purgatorio.

Da questa profonda devozione, nasce da parte della congrega, l’idea di organizzare la Processione dei Sacri Misteri. Essa parte nel 1860, anno in cui si cominciano ad acquistare dai maestri cartapestai leccesi, le prime statue della Via Crucis. Una processione in cammino dunque da ben 300 anni. La particolarità di questa processione è strettamente legata all’orario d’uscita: già alle tre del mattino, per le vie di Mottola, il troccolante fa riecheggiare il suono della “troccola”, o volgarmente conosciuta come “tric trac”, segno di riunione per i confratelli presso la Chiesa in attesa della partenza alle prime luci dell’alba. La scalpitante attesa per la Settimana Santa comincia a farsi sentire a partire dalla Domenica delle Palme: i confratelli con l’abito di rito, si recano in preghiera al mattino presto, verso un luogo stabilito per la benedizione delle palme, evento che rievoca l’entrata di Cristo in Gerusalemme.

La famosa Troccola.

Il turbine di emozioni trova spazio nel Triduo Pasquale. Già a partire dal Giovedì Santo, i Confratelli del Carmine, detti “paranze”, durante la visita ai sepolcri, girano a piedi scalzi col volto coperto, i vari repositori, dando man mano il cambio ai fratelli inginocchiati in preghiera. Questo rito segue uno schema ben preciso: i confratelli a coppia di due, vengono guidati dal troccolante verso i vari sepolcri. Arrivati in Chiesa, i due confratelli si pongono ai lati dell’altare ed uno di loro fa risuonare tre colpi a terra col bastone, il cosiddetto “p’rdon”, per avvisare del cambio. Segue poi il saluto e l’inginocchiamento, e la coppia prosegue col troccolante il cammino penitenziario. Il tutto viene svolto in rigoroso silenzio, avvolto solo dal profumo dell’incenso che rende ancor più suggestivo il momento. Arrivata la mezzanotte i confratelli ritornano alla Chiesa del Carmine ed attendono l’entrata della processione dell’Addolorata. E’ da ammirare l’impegno e la devozione di questi ragazzi che lavorano giorno e notte per la realizzazione di questo evento.

I misteri più antichi della Processione del Sabato Santo, Chiesa del Carmine, Mottola.

Il venerdì Santo segue l’uscita penitenziaria dei confratelli in visita ai repositori: fino alla metà del 1800 infatti erano soliti camminare solo il venerdì mattina, negli anni più recenti è stata inserita la modifica di farli uscire anche il giovedì Santo. Dal pomeriggio cominciano i preparativi dei vari simboli. La cappella del Sangue Sparso ospita la bara di Gesù morto: le anziane devote della Chiesa, a tende chiuse, intrecciano con fili di cotone i candidi fiori di Violaciocche attorno alla bara di Cristo. E’ un lavoro che richiede impegno, tempo ed attenzione poichè i fiori sono molto delicati, e l’intreccio deve essere fatto con cura affinchè non si stacchino dal legno della bara. E’ usanza per i fedeli, al termine della Processione, staccare un fiore dalla bara e portarselo a casa, conservandolo fino all’anno successivo, come segno di protezione.

Giunti al Sabato Santo l’emozione è ormai scalpitante. La Troccola che batte i suoi ferri contro il legno massiccio, fa da sveglia ad un paese che è ancora addormentato. La Chiesa ormai è vuota, i banconi lasciano spazio alle Consorelle ed i Confratelli, alla banda, alla Madonna e a Gesù Morto. Sull’asfalto sono adagiate le varie statue, la banda prova qualche accordo ed il troccolante attende il via. La processione parte alle prime luci dell’alba, essa è molto lunga, e se vista dall’alto, sembrerebbe di assistere ad un lungo manto bianco disteso. I confratelli infatti sono vestiti tutti nello stesso modo: indossano la tunica bianca alla cui vita è strinto un cilicio di seta bianco, un corto mantello giallino con il bavero ed i bottoncini marroni, lo scapolare sempre di color marrone le cui bande cadono sul petto e sulla schiana, sulla prima vi è scritto “Decor”, sulla seconda “Carmeli”, segno di appartenenza alla congrega. Tutti indossano un cappuccio bianco con soli due fori all’altezza degli occhi, bloccato da una corona di spine; le mani, anch’esse coperte da guanti bianchi, impugnano la mazza.

Gruppo di Confratelli durante la Processione del Sabato Santo, Mottola

Ad aprire la Processione vi è un gruppo di musicisti che intonano le marce funebri, più indietro il troccolante, a cui segue poi alta ed imponente, la bandiera del lutto Carmelitano. La prima statua che avanza è Gesù nell’orto degli ulivi, breve stacco di coppie di fratelli, e troviamo Gesù condannato. Con questo schema alternato seguono la Caduta, I due Serafini che stringono tra le mani uno la tunica di Cristo e l’altro il sudario con l’effige di Gesù, Gesù in croce, la Pietà, Gesù deposto e la croce del Calvario coi simboli della Passione. Segue la schiera delle Consorelle, che indossano solo una tunica bianca, il cappuccio con la corona, i guanti e lo scapolare. Questa schiera è interrotta tre volte dalle croci portate in spalla da una di loro: il legno che striscia sull’asfalto ruvido riecheggia per le vie come un grido di strazio nel silenzio generale. Dopo di esse vi è il Priore con il Consiglio che anticipano la bara di Cristo circondata dalle piè donne. Segue poi la banda, i chirichetti con il Parroco, ed infine l’Addolorata, a cui fa seguito una moltitudine di fedeli in preghiera.

Stabat Mater Dolorosa, Mottola.

Il movimento lento ed oscillatore dei Confratelli, ha di recente portato il giovane Priore della Confraternita, Vito Greco, a coniare il termine “nazzicare”. Egli ha più volte sollecitato i suoi confratelli a “nazzicare non solo con il corpo ma anche con il cuore”, simbolo di solidarietà ed unione verso il fratello e la Confraternita. Certamente il momento più toccante è l’entrata della Processione nel Corso: i bordi dei marciapiedi straripano di gente venuta da fuori paese per assistere a questa maestosa processione. La strada è silenziosa, l’unico suono che si sente è la marcia funebre “Mamma” che rende ancor più suggestivo ed emozionante il momento. E’ difficile in questo caso trattenere la commozione, persino per gli stessi confratelli: il suono del triangolo, lo strumento musicale che primeggia in questa marcia, rievoca i colpi dei chiodi alla croce, le parole non rendono giustizia in questo caso, è difficile spiegare ciò che si prova, l’unica cosa da fare è contemplarla nel silenzio personale.

La Processione mentre attraversa Corso Vittorio Emanuele, Mottola.

La processione rientra nella Chiesa del Carmine all’orario di pranzo tra la stanchezza e la commozione dei confratelli che salutano Gesù morto e l’Addolorata, ed in silenzio, fanno rientro alle loro case. Il consiglio più importante in questo caso da seguire, è riuscire almeno una volta nella vita, a far visita al paese di Mottola ed assistere ai sacri riti quaresimali, perchè ne vale la pena.

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Cosa vedere a Mottola

Dall’alto dei suoi 387mt sul livello del mare, il territorio di Mottola abbraccia tutto il golfo di Taranto. Dalla rotonda, zona panoramica, è possibile ammirare i paesi di Massafra, Palagiano, Palagianello e Taranto, ed il litorale di Chiatona e Castellaneta Marina. Se sei fortunato e ti trovi nel periodo di tramontana, riuscirai anche a scorgere i monti della Calabria, il cui connubio mare-monti regala uno scenario mozzafiato.

PANORAMA IONICO DALLA ROTONDA

Il suo territorio vanta innumerevoli insediamenti rupestri, tanto da affibiarle l’epiteto di Terra delle grotte di Dio. Le più famose sono: le grotte di San Nicola, detta anche la cappella sistina rupestre dovuta alla grande quantità di affreschi presenti al suo interno, le grotte di S.Angelo, le grotte della Madonna delle Sette Lampade le quali ogni anno fanno da cornice alla rappresentazione del Presepe Vivente, e le grotte di San Gregorio. Sempre in linea d’aria vi è il Santuario della Madonna Abbasc’, luogo di culto e di ritiro spirituale con ancora i resti della via crucis scolpiti su altari in pietra.

SANTUARIO MADONNA ABBASC

Per gli amanti della natura, Mottola vanta due grandi paesaggi: a sud troviamo la gravina di Petruscio, con i resti degli insediamenti rupestri e dei fiumi fossili, con area picnic e possibilità d’escursioni. A nord invece abbiamo il grande bosco di Sant’Antuono, dove durante il periodo estivo è possibile ammirare lo spettacolo delle lucciole, è dotato di percorso tracking ed area camping.

Salendo su per il paese, troverete l’antichissimo Centro Storico denominato Schiavonia, circondato ancora dai resti del vecchio muraglione e da cui è possibile ammirare tutta la murgia settentrionale, al suo interno invece vi sono punti essenziali come l’arco fanelli, largo S.Nicola e largo Mater Domini, la Chiesa Matrice Maria Assunta freschissima di restauro e che custodisce la statua del Santo Patrono Tommaso Becket, piazza Plebiscito con la torre dell’orologio, fino ad arrivare al Calvario ed alla piccola cappella della Santissima Annunziata.

SCALE DEL TINTORE

Curiosi eh?