«Da l'alto de la vetta guarda, come da un grande balcone aperto, lo splendore azzurro del golfo di Taranto. Il viaggiatore che passa di lontano, scorge sul colle che si eleva sulla vasta pianura, le sue case bianche ed appollaiate. La dicono, la spia delle Puglie» (Michele Lentini)
**Mottola ospita il primo convegno sui riti della Settimana Santa**
Mottola si prepara a celebrare le sue antiche tradizioni con il **primo convegno dedicato ai riti della Settimana Santa**, un evento che promette di approfondire il valore storico, culturale e religioso di queste solenni manifestazioni. Studiosi, esperti e appassionati si riuniranno per analizzare le origini, i simboli e l’evoluzione di questi suggestivi riti, che ogni anno richiamano fedeli e visitatori da tutta la regione. Un’occasione unica per riscoprire e valorizzare un patrimonio di fede e devozione che affonda le sue radici nei secoli. Il convegno intende riunire studiosi, appassionati e cittadini interessati ad esplorare le ricchezze storiche, artistiche e gastronomiche del territorio, evidenziando come queste componenti si intreccino nei riti e nelle tradizioni locali.
Il convegno intende dare particolare attenzione ai riti della Settimana Santa, organizzati dalle Confraternite di Mottola. Questi riti raggiungono il culmine nel Triduo Pasquale, con la processione dei “Sacri Misteri” che si svolgono il Venerdì sera e all’alba del Sabato Santo. La processione, aperta dal “Troccolante” e accompagnata da marce funebri eseguite da bande locali, vede la partecipazione di confratelli e consorelle che portano in spalla dodici gruppi statuari raffiguranti la Passione e Morte di Gesù. Questo evento rappresenta un momento di profonda spiritualità e coinvolge l’intera comunità mottolese.
Un altro elemento di rilievo che si vuole discutere durante il convegno è il Santuario rupestre della Madonna del Carmine, noto localmente come “Madonn Abbasc”. Situato in una piccola gravina tra Mottola e Palagiano, il santuario risale al 1506, quando la Madonna apparve al chierico Francesco Pietro di Filippo, chiedendogli di edificare una cappella in suo onore. Il santuario è diventato meta di pellegrinaggi e ospita eventi come i “Sette Sabati”, la “Passione Vivente” e la festa dell’8 settembre, che segna l’inizio dell’anno associativo della Confraternita del Carmine.
La cucina mottolese, influenzata dalle tradizioni delle province pugliesi circostanti, vuole essere al centro di una sessione del convegno. Tra i piatti tipici spiccano le minestre di legumi cotte in tegami di terracotta chiamate “pignate”, la purea di fave accompagnata da verdure selvatiche, nota come “fêfe e fògghie” o “‘ngrapiête”, e le orecchiette condite con sugo di carne e braciole di cavallo o asino. Durante le festività natalizie e pasquali, si preparano dolci tradizionali come le “cartellate” (“scartagghiête”) ei taralli glassati chiamati “gléppe”.
Il convegno intende mettere in luce come Mottola rappresenta un esempio emblematico di come il patrimonio artistico, culturale e culinario possa intrecciarsi nei riti e nelle tradizioni locali, contribuendo a preservare l’identità e la memoria storica della comunità.
Tale iniziativa è stata mossa dal forte volere di creare un legame tra pubblico e privato, istituzioni, professionisti del nostro territorio e tutta la cittadinanza per mantenere salda la nostra autenticità, le nostre origini che ci distinguono non solo a livello regionale, ma a livello mondiale e promuoverle facendo rete.
Tra i tanti epiteti attribuibili alla collina mottolese, rientra quello di Terra delle Grotte di Dio. Mottola infatti vanta di detenere il più gran numero di Chiese rupestri della Puglia. Tra queste rientra la Chiesa Rupestre di San Nicola. La grotta copre circa cinque secoli di vita ed arte medievale, dall’XI al XIV secolo, ed è situata in periferia, ossia A sud-est di Mottola, in località Gorgone presso la tenuta Lamaderchia, lungo l’antica Via Consolare che rappresenta una traversa medievale della Via Appia. Arrivati all’ingresso della strada, occorre proseguire per un lungo tratto a piedi. La scalinata scavata nella roccia, porta alla grotta che si affaccia sulla gravina circondata dalle lamie.
Sulla facciata laterale della cripta, troviamo una nicchia con all’interno un affresco raffigurante la Crocifissione di stampo latino, con Cristo al centro raffigurato con la croce più grande e i due ladroni ai lati. Varcato l’ingresso non si può non rimanere esterrefatti dalla grande bellezza da cui si viene colpiti. Non a caso è definita la cappella sistina delle Chiese rupestri della Puglia, per il numero di affreschi che la compone, ripuliti una prima volta nel 1972 e restaurati nel 1989. La Chiesa è divisa in tre navate, quella centrale è più grande rispetto alle altre due con i resti di un altare di stampo greco, le navate laterali che ospitano gli affreschi dei santi, conservano i resti di due altari in stampo latino.
Con l’avvento dello scisma del 1054, la Chiesa di Bisanzio diventa Chiesa ortodossa, infatti per molti anni si è praticato in questa cripta il culto ortodosso, ed ancora oggi una volta l’anno in occasione della Festa di San Nicola, i monaci bizantini celebrano la messa in questa Chiesa. Il dipinto di spicco raffigurato alle spalle dell’altare greco, nell’abside centrale, rappresenta il Cristo Pantocratore in Deesis, ce ne accorgiamo dalla posizione della dita in segno benedicente alla greca e nell’altra mano che regge il libro con l’iscrizione sempre greca “Io sono la luce, chi segue me non camminerà nell’ombra”. Ai suoi lati troviamo la Vergine e San Giovanni Battista in posizione di supplica per l’imminente apocalisse, possiamo accorgercene dalla figura severa del Cristo come colui che ci giudica.
Partendo dalla navata sinistra troviamo l’affresco di San Giuliano che regge nella mano destra una lancia. Proseguendo troviamo Santa Lucia, raffigurata con un enorme diadema, e nelle mano destra una crocetta e nella sinistra un vassoio contenente i segni del suo martirio, ossia gli occhi. Accanto vi è Santa Pelagia e la Madonna con Bambino insonne: mentre il Bambino guarda sua madre benedicente, lei è rivolta verso lo spettatore quasi a voler comunicare che la sua sofferenza. Segue la prima immagine di San Nicola, come cita la scrittura accanto al capo, raffigurato con barba corta ed espressione severa. Nel bema è raffigurato San Michele Arcangelo, rappresentato a figura intera con una tunica dal colore rosa ben visibile e San Giovanni Evangelista pronto ad entrare nella tomba accettando la morte ormai vicina, ma la storia narrerà che anche lui come la Madonna verrà asceso al cielo.
La navata destra della Chiesa comincia con la figura di San Giorgio raffigurato su di un cavallo bianco con un’armatura scintillante. Seguono poi le figure di San Pietro e San Leone Papa benedicenti in stile latino. Segue il dittico di Santa Elena avente nella mano destra una croce. Sui pilastri che portano al bema troviamo due bellissimi affreschi: uno raffigurante Santo Stefano di cui ne restano però solo alcuni elementi tra cui gli occhi e la fronte, l’altro raffigura di nuovo San Nicola, ed è uno dei più antichi affreschi che rappresenta il Santo di Myra. Attorno a questo affresco voglio soffermarmi maggiormente e raccontare una delle più grandi scoperte mai fatte in una Chiesa rupestre, ad opera della guida turistica Maria Grottola la quale osservò per la prima volta questo fenomeno il 13 marzo 2008.
Durante la creazione di questo affresco più antico, una finestra rotonda chiamata “gnomone” è stata scavata nella facciata della Chiesa proprio di fronte al pilastro. Da questo momento in poi, ogni anno il foro fa penetrare nella Chiesa un raggio di luce al tramonto, illuminando l’immagine più antica del Santo sul pilastro, centrando il suo cuore nei periodi degli equinozi di primavera e d’autunno, che si trovano tra il 20 marzo e il 21 marzo, e tra il 22 marzo e il 23 settembre. Questo fenomeno è chiamato “ierofania”, ovvero creazione artificiale da parte dell’uomo di un “evento” con significati e attributi che si riferiscono al mondo del sacro. Eventi di questo tipo erano molto popolari e ricorrenti nel mondo medievale, soprattutto nelle cattedrali e nelle chiese. Il fenomeno è stato osservato, documentato e conosciuto da studiosi e amanti della storia e della cultura medievale. L’archeologo Domenico Caragnano e suo figlio Francesco hanno scritto in merito il saggio “L’Equinozio di Primavera a San Nicola di Casalrotto di Mottola”, apparso sulla rivista Riflessioni-Umanesimo della Pietra 2014.
Sono molte dunque le differenze stilistiche che si possono riscontrare in questa Chiesa, è come viaggiare su una linea temporale in cui si susseguono gli eventi storici e culturali. Possiamo ammirare attraverso questi affreschi le varie evoluzioni che hanno subito i riti religiosi: quello greco, quello bizantino, quello normanno, quello latino, quello benedettino. Li troviamo nella differenza dei colori, alcuni più vividi altri più scuri, nei movimenti dei corpi alcuni più dinamici altri più statici, nelle espressioni dei loro volti, alcuni più dolci altri più severi, nella costruzione della Chiesa stessa, come l’altare, inizialmente alla greca e ce lo mostra il Pantocratore a mezzo busto, successivamente sarebbe stato tagliato via dalla parte inferiore, cosicché il sacerdote potesse officiare secondo la liturgia bizantina. Nella successiva fase benedettina, il gradino ai piedi dell’altare sarebbe stato ricavato per officiare secondo il rito occidentale. Ebbene tutte queste informazioni ci vengono date dalla magnificenza di questa grotta, che racchiude in sé secoli di storia e che merita di essere preservata e custodita.
SAN MICHELE ARCANGELO
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Nella grande distesa di ettari di grano che caratterizza San Basilio, unica frazione di Mottola in provincia di Taranto, fa da sfondo col suo fascino triste e solitario l’antico Casale del Duca. Percorrendo la statale 100, sia per chi giunge da Bari che per chi arriva da Taranto, ed imboccando lo svincolo per la strada provinciale 23 che porta a Castellaneta – Laterza, l’enorme maniero, già visibile dalla strada, lo si trova quasi subito sulla destra. Originariamente apparteneva alla famiglia nobiliare dei duca Caracciolo discendenti del Regno di Napoli e i De Sangro duca di Martina Franca, prima di essere venduta dall’ultima erede dei De Sangro. La struttura nasce nel ‘600 come palazzo ducale, per poi essere adibita a masseria tra la fine dell’800 e gli inizi del 900.
FACCIATA FRONTALE DEL MANIERO – FOTO DI MARIA GRAZIA SELVA
A tal proposito, l’architetto Angelo Bradascio, che ha elaborato la sua tesi di laurea sul casale, afferma << Secondo la mia ipotesi, attraverso lo studio e analisi della perimetria del luogo, ed approfondite ricerche, in principio la struttura era costituita solo dalla chiesetta e dall’edificio nobiliare. Successivamente agli inizi del ‘700 i duca avrebbero fatto aggiungere l’altra parte, quella contenente le stalle, rendendo l’intero maniero una masseria. La famiglia deteneva all’epoca un’enorme potere latifondista, che comprendeva tutta l’area tarantina, tanto da fare di San Basilio il centro dell’economia agricola >>. Per arrivare al casale si percorre a piedi un tratto di strada ricoperto di terreno e costeggiato da muri di pietra. Appena lo si ha di fronte, non si può non rimanere esterrefatti dal suo imponente fascino, quasi in contemplazione, rievocando gli usi e i costumi dell’epoca medievale. Nonostante l’esposizione ai continui cambi atmosferici, conserva ancora il suo colore originario che dà sul grigio unito ad un rosa chiaro visibile maggiormente sui mattoni che ornano il portone d’entrata, insieme al rosso che caratterizza i tetti spioventi. L’edificio di forma rettangolare, è stato costruito su due piani da cui si accedeva, oltre che dall’interno, anche da una scalinata esterna laterale. La struttura in merlatura dei muri e della finta torre, ha lasciato credere negli anni che il casale fosse un vero e proprio castello medievale. Oltre al silenzio assordante, quasi tagliente con una lama, è possibile osservare al suo ingresso il grande portone sulla cui lunetta è ancora visibile l’iscrizione Conte de’ Marsi.
PORTONE D’INGRESSO – FOTO DI MARCELLO DE CRESCENZO
Procedendo verso l’entrata principale che dà sul cortile sono ancora presenti le lesene con gli archetti neogotici su cui restano i segni degli affreschi settecenteschi, e il pozzo in pietra anch’esso gotico. Dal primo piano si accede alle prime stanze che contenevano i saloni e le cucine, a testimonianza di ciò ci sono ancora i resti di un caminetto a muro. Lasciato anche all’incuria dei vandali, che hanno asportato i gradoni in roccia calcarea viva dalla scalinata, visitare il piano superiore è diventato difficoltoso. L’enorme balconata sottostante la torre era rivolta verso Basiliola mentre le tante finestre servivano a dar luce alle stanze grazie anche alla posizione strategica in continua esposizione ai raggi solari. Ma ciò che più rende misterioso e affascinante questo casale, è la chiesetta gotica con ancora i resti di un campanile ormai usurato dal passare del tempo. Secondo sempre le affermazioni dell’architetto Bradascio, dal suo interno si può accedere ad una cripta in stile bizantino con l’altare rivolto verso l’ovest, dove venivano custodite le lapidi dei duca, trasportate in seguito a Casa Isabella, e di cui rimangono ora solo i solchi nel tufo. Alle spalle del casale vi sono le due enormi cisterne che servivano a riempire d’acqua i pozzi e per il sostentamento delle stalle. Quel che rende suggestivo questo luogo, è l’aspetto mistico-leggendario che lo avvolge. Secondo la ricostruzione fatta invece dallo storico Pasquale Lentini, il maniero fu molto caro all’ultimo figlio dei De Sangro, Riccardo, grazie anche alla presenza dell’immenso bosco di Burgensatico contraddistinto da alberi di quercia secolari, dove poteva dedicarsi alla sua più grande passione, la caccia. La possibilità di dedicarsi a questo sport, consolidò in lui il forte legame, quasi intimo, con il casale del quale ne divenne assiduo ed unico frequentatore. Il destino però non fu magnanimo con lui: a causa di una delusione d’amore arrecatagli da una donna sposata, il giovane decise di porre fine alla sua vita, suicidandosi il 3 aprile 1881. Il duca Placido de Sangro, padre di Riccardo, decise dunque di abbandonare il casale in mano ai massari, e di trasferirsi nel nuovo palazzo nobiliare, Casa Isabella, non prima però di aver fatto costruire una guglia da un famoso architetto napoletano, tra il 1883 ed il 1885 in onore del figlio amato. La guglia raffigurava Riccardo in tenuta da caccia con in mano il suo fucile e accanto il suo fedele cagnolino. Sul basamento della guglia fece iscrivere nero su marmo tutto il suo dolore per il figlio defunto. Di questo monumento ad oggi rimane solo il basamento, si narra infatti che durante una notte di tempesta del 1974, ironia della sorte volle che un fulmine colpisse proprio la punta della guglia così da mandarla in mille pezzi. Chi fu spettatore di quell’evento lo ricorda come un enorme boato simile ad un urlo di strazio. Lo scintillio dei pezzi che caddero sparsi attorno a tutto il casale e nell’enorme distesa di terra, assomigliavano a tante piccole lacrime. Di quel monumento oggi resta solo il basamento con l’incisione ancora leggibile.
VISTA PANORAMICA DELL’INTERO MANIERO – FOTO DI _air_mavic_
Da quel tragico evento ad oggi, chiunque visiti quel luogo ha la sensazione che vi sia una presenza. Testimonianze raccontano di aver udito una voce, o il calpestio dell’erba… o ancora di sentirsi osservati, seguiti, scrutati. Assecondando tali affermazioni e sensazioni di chi ha visitato il luogo, si potrebbe romanticamente dedurre che Riccardo continui ad abitarlo, quasi a voler confermare il senso di pace e serenità che il maniero gli ha sempre trasmesso. Per molti anni il Castello, così ribattezzato, è stato meta di escursioni, set cinematografici, luogo di interesse per gli sposi per i loro video matrimoniali. Oggi invece videosorvegliato dalle telecamere, a causa dei continui sopprusi subiti da parte dei vandali, accedervi è impossibile, Non resta che ammirarlo da lontano.